Abebe Bikila. Il mondo si allarga di Roberto Buttura

6 Febbraio 2016

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A Roma tra l’agosto e il settembre del 1960 vennero disputate le gare della XVII Olimpiade dell’era moderna. Per l’Italia, uscita sconfitta e in rovina dal fascismo e dalla Seconda Guerra Mondiale, la designazione della “Città eterna” a sede dei Giochi era un importante banco di prova per dimostrare che la rinascita civile, economica e sociale del nostro Paese, nonostante i molti problemi e squilibri ancora esistenti, era un dato di fatto. La prova fu brillantemente superata e ancora oggi, quella di Roma è considerata una tra le migliori edizioni dal punto di vista agonistico ma anche dal punto di vista politico, nonostante fossero presenti notevoli tensioni internazionali rappresentate dalle questioni tedesche e cinesi, dalla presenza del Sudafrica (l’ultima fino al 1992) e dall’accusa di razzismo che aleggiava non infondatamente nei confronti anche dei vertici del Comitato Olimpico Internazionale.

Nella gara olimpica per eccellenza, la maratona, disputata di notte nell’incantevole scenario della Via Appia antica colma di vestigia romane, vinse uno sconosciuto atleta etiope, Abebe Bikila, che corse a piedi scalzi e arrivò in modo trionfale all’Arco di Costantino, soffermandosi poi a fare ginnastica, dopo una gara eccezionale per resistenza fisica e intelligenza tattica. Egli smentì le previsioni della vigilia che davano per favoriti atleti di ben altro nome internazionale. Secondo arrivò il marocchino Rhadi Ben Abdesselam.

Fu una vittoria straordinaria perché debordò dal dato puramente agonistico per allargarsi ad un significato più generale e cioè che a parità di condizioni gli atleti africani non erano (e non sono) inferiori a nessuno come i teorici del razzismo e della superiorità della razza bianca di allora (e di oggi) affermavano (e affermano).

Ero un ragazzino tredicenne che seguiva appassionatamente i Giochi olimpici (l’Italia arrivò al terzo posto nel medagliere). Nella mia casa non c’era la televisione, seppi solo il giorno dopo dell’impresa di Abebe Bikila (che nome buffo pensai) e ne restai stupito mentre la mia mente, come il mondo, inconsapevolmente si allargavano.

Abebe Bikila dimostrò la sua grandezza anche nella disgrazia. Vittima di un incidente stradale, rimase paralizzato dal torace in giù ma fece ancora sport e partecipò anche ad una Paraolimpiade. Morì nel 1973, a soli 41 anni, per un’emorragia cerebrale, pianto e rimpianto da tutti coloro che amano lo sport e le persone che dimostrano di essere campioni anche nella vita.

Roberto Buttura

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