Adolfo Consolini, di Roberto Buttura

11 Maggio 2016

Sicuramente ai giovani che leggono queste righe il nome di Adolfo Consolini non dice niente, un po’ come il Carneade evocato da don Abbondio nel capolavoro di Alessandro Manzoni “I promessi sposi”.

Per coloro, invece, che hanno una certa età e tra questi il sottoscritto, Adolfo Consolini è stato un esempio da seguire. Il mio professore di “ginnastica” (allora si diceva così) Carlo Delli Fraine (forse sbaglio il nome ma non certamente il cognome), bella persona, ottimo atleta da giovane e poi impegnato nella Federazione di Atletica leggera (Fidal) come cronometrista, che ci fece scoprire tante discipline sportive, ci parlava di Consolini come di un campione nello sport e nella vita. Lo faceva anche sfruttando il fatto che quest’ultimo era veronese, nato a Costermano.

Adolfo, figlio di contadini, era nato nel 1917 in questo ridente paese affacciato sul Garda. Aveva lasciato la scuola dopo le elementari per lavorare con la sua famiglia. A 19 anni, quasi per caso, aveva scoperto l’atletica leggera, in particolare i lanci, prima del peso e poi del disco, del quale diventò campione olimpico nel 1948 a Londra e vice campione nel 1952 a Helsinki, tre volte primatista del mondo e per ben 17 anni recordman italiano.

Partecipò a ben quattro Olimpiadi (va tenuto conto che per la terribile guerra mondiale non vennero disputate quelle del 1940 e del 1944), nell’ultima delle quali, a Roma, fu capitano della Rappresentativa italiana e pronunciò il giuramento degli atleti all’apertura dei Giochi.

Un grande campione, come detto, anche nella vita. Racconta lo scrittore Stefano Jacomuzzi: “Se la grandezza è fatta anche di modestia, di rispetto degli altri, di bontà profonda e senza parole, di onestà di pensiero e di atti, Consolini fu un uomo grande. Non uscì dallo sport e fu grato a una società, la Pirelli, che gli offerse la direzione della sua sezione atletica. Rispose con un lavoro indefesso, appassionato. Una volta rispose all’amico che gli rimproverava un eccessivo dispendio di energie e di tempo: ‘Forse hai ragione, ma bisogna dimostrare che anche un campione sa lavorare seriamente’. Un giorno, al campo con i suoi ragazzi, si avvicinò̀ all’allenatore e gli chiese il permesso di allontanarsi un po’ prima del tempo. Aveva un appuntamento con il medico. Poi, per non recare troppo disturbo alla sua ditta, anziché mettersi in mutua chiese le ferie. Entrò in ospedale, assicurando che avrebbe ripreso subito, pieno di forze. Non ne uscì più. Si era verso la fine del 1969 e il gagliardo contadino veneto finalmente si arrendeva”.

Sei mesi prima della sua morte, Adolfo Consolini aveva gareggiato e vinto la sua ultima gara, superando atleti che avevano trent’anni meno di lui. Riposa nel cimitero del suo paese natale, Costermano, da dove si ammira un incantevole panorama del lago di Garda.

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