Capitan Caputi, “el Diez” all’assalto dei play-off

2 Marzo 2016

Alessandro_Caputi_Montorio

Scherzare su se stessi riesce a pochi. Ai più grandi. A quelli che conoscono il proprio valore e non devono dimostrare niente a nessuno. Che fanno quel che fanno per pura passione. Riesce a Totti, riesce a Toni, riesce a pochi altri. Quando hai fatto dieci anni nel settore giovanile dell’Hellas Verona, altri dieci in Eccellenza e hai calcato anche il palco della Serie D, non serve che parli: ciò che hai fatto e che fai è la tua voce. Alessandro Caputi, il capitano del Montorio Calcio, è così. Ride, scherza, non si prende sul serio e piuttosto si lascia prendere in giro. Poi mette gli scarpini, la maglia numero 10, la fascia con la “C” al braccio e le gerarchie sono ristabilite: quella è un’altra storia e il campo continua a dimostrarlo, di domenica in domenica.

Cominciamo dalla fine: arrivi a Montorio nel novembre del 2014, con la squadra ultima tra le ultime in Prima Categoria. Fallite in modo rocambolesco i play-out e tutti dicono: “Caputi va via”.

Non ci ho mai pensato, neppure per un momento. Sono arrivato nell’ultimo giorno di mercato perché, molto sinceramente, ero rimasto senza squadra dopo la prima parte di stagione in Promozione. Alla seconda partita mister Menini mi dà la fascia da capitano. Ci rimango di sasso, un po’ mi destabilizza: è un segnale a me, alla squadra, all’ambiente. Ci proviamo fino alla fine ma purtroppo sai come finisce. Subito mi chiamano due squadre di Promozione e una di Prima Categoria. Rispondo a tutte la stessa cosa: “Grazie mille, ma io sono retrocesso con i miei compagni, rimango qui”. Senza eroismi: ci sono valori che per me vengono prima dei soldi e della categoria.

Il vino buono invecchia, tu affini il tuo ruolo, scopri nuove abilità e continui a maturare. E se dopo il campionato che stai facendo tornassero le sirene?

Io da qui non mi muovo. Indipendentemente dalla categoria, mi piacerebbe rimanere: il gruppo è di grande qualità e poi questa società ha una gestione del settore giovanile che ho visto raramente in giro. Per me essere capitano vuol dire comportarsi da esempio per tutti i ragazzi che aspirano a giocare in Prima Squadra. Mi sento responsabile, l’idea da fare da chioccia per le nuove leve mi piace e mi gratifica molto. Ripeto: qui le attenzioni per il settore giovanile viaggiano alla pari, se non più avanti, di quelle dedicate alla Prima Squadra.

Nel Verona giocavi con Papa Waigo e Iunco. Avevi il professionismo a portata di mano. Hai qualche rimpianto?

In quegli anni mi ero illuso di poter sfondare nel professionismo. Ma, con il senno di poi, non posso recriminare nulla e non ho rimpianti. Ho avuto tanto dal calcio, ho 32 anni, un bel lavoro, una compagna e mi diverto ancora a giocare a pallone. A Montorio ho trovato la mia dimensione: proprio all’Olimpia Montorio, a 5 anni, ho iniziato a prendere a calci il pallone… Ho tanti bei ricordi legati a quello che sono riuscito a fare in carriera, come lo spareggio con l’Alense contro la Novese per andare in Serie D, con mille tifosi al seguito e con un mio gol che purtroppo non bastò: segnare ad una squadra che nel 1922 ha vinto lo Scudetto non capita tutti i giorni! E poi l’altro spareggio, quando giocavo nel Castelnuovo, sempre per la D, che conquistammo grazie ai ripescaggi. Cose che nessuno mi ha regalato, cose che ho vissuto perché le ho conquistate.

A 32 anni chi te lo fa fare di fare ancora la vita da spogliatoio: allenamenti, partite, domeniche libere mai…

Per me giocare a calcio è un sfogo. Mi diverto tantissimo in allenamento e la domenica senza pallone mi farebbe impazzire. In queste categorie la vivo più serenamente, mi godo la partita senza la pressione che avevo nelle categorie superiori in cui in ballo c’era molto di più. Ogni tanto qualcuno degli avversari, prima del match, mi provoca: “Dalla Serie D alla Seconda Categoria”. Io faccio finta di nulla e cerco di rispondere in campo.

Tornando al presente, domenica prossima andrete in trasferta contro il Real San Massimo.

Per noi sarà una partita come tutte quelle che verranno, ovvero da vincere dando il 100%. L’obiettivo è fare tanti punti per ridurre lo svantaggio dalle prime ed evitare di rimanere fuori dai play-off per l’eccessivo distacco. All’andata era finita in pareggio e noi ora non possiamo permetterci passi falsi. Perdere punti adesso potrebbe essere fatale: lo sa il mister, lo sappiamo tutti noi.

L’impressione è che senza i problemi tecnici (e il cambio che ne è scaturito) questo Montorio oggi sarebbe a lottare contro Arbizzano e Juventina Valpantena per la testa del campionato.

C’è stato un momento di transizione abbastanza difficile, in cui però Pietro Bertoldo, l’attuale allenatore in seconda, è stato bravo a mantenere unito il gruppo in attesa dell’arrivo di mister Ferronato. Il mister è un uomo del Montorio, uno che non si risparmia mai e dà tutto, l’unico allenatore che poteva subentrare così bene in corsa. Ha portato tanta serenità e dato fiducia a giovani come Lenotti, Bellomi e Menini, ragazzi seri, che corrono, che rappresentano una vittoria per il nostro settore giovanile.

A proposito di giovani: domenica scorsa ha debuttato Giovannino Antolini, classe 1999. Tu e lui nella stessa squadra, che impressione hai avuto?

È strano, ha 15 anni in meno di me, è uno che non ha mai visto la Lira ma solo l’Euro (ride, Ndr). Lui, come tutti i ragazzi del vivaio, mostra sempre molto rispetto, mi chiede consigli e rimane ad ascoltare (qualità rara)… ecco certamente fa uno strano effetto giocare insieme a ragazzi così giovani, ma sono loro che ti spingono ad avere un comportamento esemplare dentro e fuori dal campo perché so quanta influenza abbiamo noi “anziani” sui nuovi.

Paragone ingombrante: tu sei per il Montorio quello che Luca Toni è per l’Hellas Verona. Per quanto giocherai ancora?

Finché mi divertirò così continuerò a giocare e lo farò qui a Montorio. Quando siamo retrocessi è stata una ferita per tutti: per me che ho pianto ma anche per la società e per i tifosi. Mi sento in debito e cercherò di rimediare. Poi, quando sarà il momento di smettere, mi piacerebbe iniziare ad allenare… sempre con lo stesso spirito con cui, a 32 anni, continuo a correre dietro ad un pallone.

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