Dorando Pietri, il mito – di Roberto Buttura

28 Marzo 2017

I Giochi olimpici antichi, manifestazioni atletiche e religiose, si svolgevano ogni quattro anni nella città greca di Olimpia. Ne furono organizzate 292 edizioni tra il 776 a.C. e il 393 d.C., per circa un millennio. Durante i Giochi le guerre, allora, venivano sospese. Attorno ad essi presero vita e si radicarono numerosi miti riguardanti atleti e loro imprese sportive.

Anche i Giochi olimpici moderni, la cui prima edizione fu organizzata ad Atene nel 1896, sotto il forte impulso del barone De Coubertin, famoso per il motto “L’importante è partecipare”, a testimonianza del suo modo straordinariamente disinteressato e ingenuo di intendere lo sport (chissà cosa direbbe se potesse osservarlo oggi…), si sono nutriti e si nutrono di miti, che in particolare attualmente, servono per alimentare e sviluppare sempre più forti interessi economici.

Uno dei primi miti delle Olimpiadi moderne è rappresentato dalla figura di un ragazzo emiliano di Mandrio di Correggio, nato nel 1885, Dorando Pietri (storpiato chissà perché in Petri). Piccolo anche per gli standard dell’epoca (159 cm.), peso 60 chilogrammi, fin da ragazzo Dorando si appassionò alla bicicletta e alla corsa a piedi.

La leggenda racconta che la sua prima impresa è rappresentata dalla partecipazione ad una corsa, ancora in abiti da lavoro, all’inseguimento di un campione italiano di quel tempo Pericle Pagliani di cui tenne il passo fino all’arrivo. Da lì cominciò la sua carriera di podista che lo portò a diventare campione italiano di mezzofondo, a vincere gare internazionali e a partecipare alla maratona alle Olimpiadi di Londra nel 1908.

Dorando Pietri si era preparato scrupolosamente per molti mesi alla gara, che si sarebbe disputata per la prima volta sulla distanza di 42,195 metri. Alla partenza al Castello di Windsor si presentarono 56 atleti di cui 2 italiani, Umberto Blasi e Dorando Pietri, quest’ultimo in maglietta bianca e calzoncini rossi con il numero 19 sul petto.

La gara all’inizio fu dominata dai britannici, poi fu il sudafricano Hefferon a prendere la testa, mentre Pietri iniziò una rimonta che lo vide prendere la testa della corsa al 39° chilometro. A due chilometri dalla fine, il piccolo corridore italiano cominciò a fare i conti con l’enorme dispendio di energie e la disidratazione favorita dal caldo. Nello stadio sbagliò strada e i giudici lo aiutarono a riprendere il percorso giusto, cadde e lo aiutarono a rialzarsi.

Stremato, faticava a stare in piedi da solo. Gli oltre 75.000 spettatori partecipavano al dramma di Dorando, che negli ultimi 200 metri cadde altre quattro volte, attorniato da giudici di gara e medici, riuscendo a tagliare il traguardo sorretto da un giudice e da un medico. Per percorrere gli ultimi 500 metri il piccolo emiliano impiegò quasi 10 minuti.

Poco dopo arrivò lo statunitense Johnny Hayes, la cui squadra presentò reclamo che venne accolto immediatamente. Ciò comportò la squalifica di Pietri e la conseguente cancellazione dall’ordine d’arrivo. Ma il dramma sportivo del piccolo carpigiano aveva toccato i cuori degli spettatori e in particolare dello scrittore Arthur Conan Doyle, incaricato di redigere la cronaca della gara per il Daily Mail e, secondo una leggenda senza alcun fondamento, giudice che aveva sorretto Pietri.

Questi concluse il resoconto con le parole: “La grande impresa dell’italiano non potrà mai essere cancellata dagli archivi dello sport, qualunque possa essere la decisione dei giudici di gara”. Sempre su impulso di Conan Doyle, il campione italiano venne anche premiato con una coppa d’argento dalla regina Alessandra. Lo sfortunato e drammatico epilogo della maratona olimpica di Pietri fu stampato sulle prime pagine di tutti i giornali del mondo contribuendo alla notorietà dell’atleta che conobbe così fortuna anche economica e a quella delle Olimpiadi che incarnarono il mito sportivo della sofferenza e del sacrificio oggi, , molto decaduto, sul quale varrebbe la pena di sostare per qualcosa di più di un breve momento di riflessione.

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