RACCONTI DI UN VIAGGIO A LISBONA…BUONA LETTURA!

21 Febbraio 2018

“E PLURIBUS UNUM”

L’Estadio “Da Luz” (Stadio della Luce), dai tifosi chiamato anche “a Catedral” (La cattedrale), giace imperioso mimando, in rosso, le imponenti onde dell’oceano. In linea “vertical”, tra avenida e bairro, le alture del quartiere “Alfama” accompagnano il fiume Tago nel suo inesorabile tuffo verso l’Atlantico. Là dove navigatori, esploratori, soldati, preti, nobili e diseredati partivano per le terre promesse.

Si narra che la colonizzazione portoghese, in viaggio tra Africa e Americhe fosse chiamata “luso-tropical”, per dire che era migliore degli altri. Un invasore quasi buono, abile ad adattarsi ai territori tropicali e alla loro gente. Si narra che formassero colonie dove i rapporti erano regolati dalla classe sociale ma mai dal colore della razza. Per primi solcarono quei mari pieni di insidie, di forza, di futuro e di morte.

Perché penso a tutte queste cose?

L’Estadio “Da Luz” (Stadio della Luce), dai tifosi chiamato anche “a Catedral” (La cattedrale) è lussuoso e pieno di fascino. Dalle vetrate delle suites la luce, che è di un fulgore classico, taglia diagonale il campo verde e illumina di simboli questo catino rosso quasi sacro.

Si narra che nel lontano 1962 il trainer ungherese di origine ebrea, Bela Guttmann, sentenziò la sua immortalità.

Si narra, inoltre, che la sera del 22 maggio 1963 il Milan, di un altro immortale, sentenziò la probabile fine di due dittature calcistiche (ispano-portoghese), ma non solo.

Si narra, infatti, che dai cieli di Wembley, nella stessa notte, esultarono per i rossoneri i morti tra gli studenti di Coimbra, i desaparesidos oppositori al regime, i futuri “garofani rossi” della dolce primavera portoghese del 1974.

Che cosa ci sia di realmente vero in queste narrazioni non sta a me certificarlo.

Si scrive che Guttmann era scampato ai campi nazisti fuggendo in Sudamerica. Non fu così per alcuni suoi cari e grandi stelle del calcio di allora.

Si scrive che Guttmann aveva appena vinto due Coppe dei Campioni contro il Barcellona e il Grande Real.

Si scrive soprattutto che era un precursore come tanti ungheresi dell’epoca e aveva anticipato i tempi con il suo 4 – 2 – 4 tutto attacco e fantasia, ispirando il grande Brasile per la vittoria mondiale del 1958.

Ma non è per tutto questo che si deve la sua immortalità.

Da quando l’allenatore ungherese, leggenda vuole, decretò la sua maledizione nel 1962 (“D’ora in avanti il Benfica non vincerà più una coppa internazionale, per almeno 100 anni”), per una mera questione di soldi, lo Sport Lisboa e Benfica ha perso tutte le otto finali disputate. Povero, maledetto Benfica.

Perché penso a tutte queste cose?

L’Estadio “Da Luz” (Stadio della Luce), dai tifosi chiamato anche “a Catedral” (La cattedrale), è un brulicare di bianchi, neri e meticci. E’ una cosa viva, che pulsa. Dopo la festa grandiosa per la vittoria in campionato del sabato sera, lo stadio è aperto alla comunità. Gente che lavora nella miriade di uffici, ai call center, negli studi tv, nei negozi commerciali, nei ristoranti, al completo servizio dei duecentomila soci della polisportiva. Ospiti da ogni parte del mondo visitano gli anfratti più sacri dello stadio e il monumentale museo. Ansanti avventori spingono i muscoli su biciclette da spinning tra le vetrate delle palestre e una serie di altre attività commerciali che producono lavoro e sostentamento. Una cooperazione sociale che produce “business”, che permette a questa storica polisportiva di non avere bisogno dei diritti tv che ti costringono alla schiavitù mediatica. Un’isola felice? Forse. Di sicuro tutto sembra procedere verso la persona, il socio, l’atleta. Ti senti parte di un progetto che, tra i lavori in corso dell’Academy a Seixal, si è percepita chiaramente. Dai campi in erba sintetica, di quella struttura, si vede il mare e le barche dei pescatori che rientrano. L’aria, mescolata al profumo della marea e dei limoni ancora maturi, filtra la luce scintillante di fine inverno e illumina fulgida non solo le collinette su cui eravamo appoggiati ma anche i nostri cuori. Le nostre speranze, i nostri sogni di eterni bambini. Il profumo di una terra straniera è sempre diverso da quello della nostra bella Italia. Ma quando chiacchieri felice su un campo di calcio baciati dal sole, il profumo dell’erba, quella vera, ti invade uguale in tutto il mondo. E allora, dai una possibilità al poter vivere in pace con lo straniero, il diverso e anche qualche rompiballe di troppo. A questo penso, seduto comodo su una accogliente poltrona rossa nella sala riunioni dello stadio. Perché? Non lo so, ma da un po’ di tempo è così. Di sottofondo il direttore generale ci spiega di obiettivi tecnici, di logistica territoriale, di selezioni atleti, di strategia organizzativa, di qualità tecniche, morali, umane, sociali tra slides colorate e comparazioni europee sui giovani calciatori. Assisto attento ma continuamente disturbato dal mio alter ego che mi porta a guardare ogni tanto sulla destra la luce immacolata dell’imbrunire, tagliare di scuro la tribuna dei tifosi. E allora sento urla e risate. Sento macchine e clacson. Sento il “ritmo tropical” e il malinconico “fado”. Di sguincio, sulla parete bianca vedo l’effigie di Eusebio, “O Melhor de Sempre”. Mi piace illudermi che anch’io, forse, ho lasciato una traccia romantica e al tempo stesso storica nella mia carriera di calciatore. E come me, tutti quelli che mi accompagnano oggi, penso sognino un po’ questo della loro vita. Ne sono sicuro. Sento emozione e gioia. Sotto l’aquila, mascotte della squadra scolpita a tutta curva in testa allo stemma della polisportiva, una miriade di bambini, vestiti rosso Benfica, si allenano felici, sognano convinti di speranze, grandi imprese e impavide prodezze alla luce tersa e frizzante della sera. E pluribus unum.

Alziamo il bavero, sferzati da questo vento atlantico, e andiamo.

Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra dove tutto sembra regolato da un piatto di baccalà? Ve lo spiego dopo.

Le luci della sera con questo riverbero profondamente viola, rimbalzano sui vetri del pulmino come schegge fluorescenti. Mentre cerchiamo un posticino caratteristico e gourmet, mi sembra di aver capito tutto della vita e i suoi intrighi. In questa terra sferzata dal vento, a tratti gelido a tratti leggero ma dalla luce sfolgorante, siamo un gruppo eterogeneo in cerca di risposte. I due pulmini, su cui viaggiamo, vengono guidati con piglio sicuro dai nostri capi. Il Presidente, chiamato autorevolmente “Pres” (in caso di sconfitta “De-Pres”) e il Responsabile del Settore Giovanile, chiamato amichevolmente “Fede” (in caso di fame urgente “El te magna anca ti”). Sono loro le guide e le nostre stelle polari. A rimorchio una ciurma di sottoposti tra i quali, oltre al sottoscritto, spiccano: “l’Ingegnere”, esperto di cucina, poliglotta dall’inglese “fluently” e tecnico di nastri trasportatori aeroportuali (ne indovina la direzione da fermi), “il Nando” esperto in generale (è il più vecchio) e buttafuori a tempo perso nei locali notturni lusitani, “il Nelvio” esperto in calma e accumulatore seriale di calamite (voci di corridoio dicono abbia svariati frigoriferi in casa), “il Miche” esperto geometra, elegante distributore di palloni per vocazione e sorprendente distributore di “ginjinha” al banco bar, “il Bruno” esperto in sfalcio erba di campi da calcio e giardini nonché fotografo compulsivo (alla millesima foto “scatta” il premio. Di solito una bambolina), “il Josè” esperto commercialista italo-venezuelano, spagnolo “fluently” ma non capisce un tubo di portoghese, ad ogni pasto raccoglie autoritariamente un “cinquantino” per fare cassa (nessuno ha il coraggio di contraddirlo), “il Cobe” esperto nel centrare vecchiette inermi con la portiera della macchina parcheggiata e noto “viveur” del giorno dopo (è andato a letto la sera giusta) ed infine “il Paolone” esperto mondiale in… (che Dio lo castiga, fate voi la rima), chansonnier, animatore bucolico politicamente scorretto e raccontatore di barzellette inimitabili ma troppo “caste”. Sboccato per definizione come ogni fuoriclasse del settore. Talmente concentrato che sembrava dormire, durante la riunione appena terminata. Risulta, in campo, tra gli insostituibili.

Come ogni gruppo che si rispetti abbiamo tra le nostre fila anche due “guest star”. Uno per acclamazione, è “il Direttore” esperto in relazioni internazionali con i migliori club calcistici del mondo (dialetto anomalo vicentino fruttato all’aria di San Bonifacio come lingua madre) e conseguentemente poco credibile quando parla seriamente. E’ grazie a lui se giriamo l’Europa a caccia di risposte. Ed infine l’unica vera star e nostro gradito ospite “il Coordinatore Tecnico” esperto ex calciatore di serie A, oggi professionista del settore (conosce Sacchi e tanti altri) e viaggiatore per caso in cerca di sempre maggiori conoscenze. Fa domande tecniche a chiunque gli capiti a tiro, anziani sull’orlo del baratro e donne incinte comprese.

Lisbona è meravigliosamente appoggiata su se stessa tra l’estuario del Tago, l’oceano Atlantico, la costa e l’entroterra collinare. La luce è intensa e si spazia con grazia tra le stradine contorte, gli aranci maturi e i panni stesi dell’Alfama dove, su quella terrazza di bouganville, l’ho vista innamorarsi del chitarrista di strada. Ma anche tra i ristoranti roboanti, i negozi fashion, i bar notturni del Bairro Alto ci si diverte. E festeggiare una sconosciuta è da perfetti italiani in viaggio premio. Per scendere a picco, sul caratteristico tram giallo ocra, da basso nella Baixa dove non poteva mancare il “Liverpool” pub con tante stranezze ma anche quel buon pesce mangiato in periferia a cavallo delle due maree. Sul moderno lungomare tra la Torre di Belem e il Monumento agli Esploratori si è dominati da un ponte imponente sospeso sui nostri sogni di libertà. Edificato dal dittatore Salazar oggi ne ricorda la sua caduta e la restaurazione della democrazia. Eppure non ci può essere ponte senza il Cristo Rei che sembra abbracciare la città. Paghiamo il pedaggio e andiamo.

Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra dove tutto sembra regolato da una luce sfavillante? Ve lo spiego dopo.

Mentre Paolo intona “Tu non sai cosa ho fatto quel giorno quando io la incontrai” e di seguito, in un ovazione da stadio, raccontare l’ennesima barzelletta, mimando l’orso grattarsi la schiena, penso al vero senso della vita. Se fossimo in grado di non prenderci troppo sul serio, forse staremmo meglio. Siamo a Cascais, tagliati a fette da una luce inebriante, conturbante, sexy che sembra sorgere dal mare come il sole all’alba ma che adesso ci avvolge caldo e rassicurante dal suo zenit. All’Esplanada St.a Marta (Reccomandè par Le Routard) il vino bianco freddo profuma di giglio e accompagna perfettamente una cascata di alici alla griglia. L’ingegnere ha calato il jolly finale per l’ultimo pranzo in compagnia. Il faro di fronte alla terrazza, contiene a stento la forza dell’oceano che sfavilla di schiuma. Getti rabbiosi di spuma bianca infrangono la costa e tentano di entrare nella caletta in cui ci siamo nascosti. Infatti a noi interessa solo essere qui e adesso. Insomma stare bene. Ci si sente uniti come da ragazzi, quando la compagnia della piazza, la squadra di calcio, la classe di scuola era una sorta di seconda patria. Il “Pres”, ma io lo chiamo Lorenzo, ha ragione quando dice che è a tavola dove si fanno gli affari migliori. E noi non abbiamo sbagliato a rischiare di stare insieme anche questa volta come già a Barcellona, Liverpool e Monaco di Baviera.

Alla luce di questo pranzo in maniche corte ci avviamo verso colori sociali più consoni e ci ricordano che tra qualche ora si ritorna. E’ l’ultima fermata di un gran bel viaggio anche se le righe bianco-verdi orizzontali non sono proprio le preferite dal “Pres”.

Ora la luce cambia cercando di resistere all’imbrunire invernale. Tutto d’un tratto il paesaggio sembra scolorire e il sole si aggrappa alla sorte per non cadere subito dietro l’orizzonte. Primavera verrà. L’alta marea invade ogni angolo di costa con un colpo di risacca imperioso. Il vento sembra risolvere ogni incertezza mentre un falco immobile nell’aria impetuosa sovraintende la pista di rullaggio. E noi, partiamo verso casa.

Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra (puntini, puntini). Come l’anno scorso non te lo dirò. Non te lo posso dire. Non sempre una cosa deve per forza avere una logica, un fine, un perché. Non sempre le relazioni, i pensieri, le cose che facciamo devono soddisfare un senso o un’aspettativa. Come scrivere. Ogni andata prevede un ritorno e ogni arrivo una partenza. Sono solo punti di vista, stati d’animo differenti. Viaggiamo in gruppo e nello stesso tempo ognuno viaggia da solo. L’importante è cogliere, se c’è stato, l’attimo immortale di felicità. Per quanto riguarda il Benfica e questa esperienza. So solo che c’entra un ragazzo che si chiama Nicola, un Torneo che si chiama “Nico nel Cuore”, uno Staff di gente importante, una marea di volontari, tanta solidarietà in Perù, un Presidente sognatore, uno di nome Luca che speriamo prima o poi viaggi con noi, una società e un paese intero. Il resto è solo un dettaglio mica “pizza e fichi”.

Saluto Lisbona prendendo a prestito una frase di Joan Didion, dal suo struggente “Blue Nights” che mi ha, come dire, inseguito per tutta questa vacanza piena di luce:

“Blue Nights” sono le ore lunghe e luminose della sera che a New York preannunciano il solstizio d’estate, “l’opposto della morte del fulgore,

ma anche il suo annuncio”.

Al prossimo viaggio….. (De volgende reis…..)

Andrea Chiecchi

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