“Road to Liverpool”, di Andrea Chiecchi – Prima parte

22 Febbraio 2017

Forse si arrabbierà, ma forse no. Lo aveva mandato al presidente del Montorio Calcio, Lorenzo Peroni. Si tratta del suo personale resoconto del viaggio che la delegazione societaria ha fatto a Liverpool, ospite della celebre società inglese. Ma è così bello che tenerlo per noi sarebbe un peccato. Perdonaci Andrea!

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Nascosti tra i cavalloni impetuosi di nuvole grigie l’aereo sembra cercare il pertugio ideale per tuffarsi “in the country”. Una volta trovata quella fessura diagonale un cielo plumbeo di pioggia appena scaricata fa risaltare sotto i nostri piedi una serie di verdi scuri luccicanti di acqua. L’atterraggio è meravigliosamente morbido e leggero più o meno come quando la mamma ci faceva scendere senza rischi dallo scivolo del parco giochi. “We are in England”. Contea di Greater Manchester. Manchester City. Tra i cordoni blu del “check out” dell’aeroporto ci accoglie senza titubanze un assaggio di “Brexit” fieramente avvallata il mese scorso alla Camera dei Comuni. Tra un “i me sempre stà sui coioni sti inglesi” e un “noialtri in Italia non saresimo mai boni de far na roba del genere” ci avviamo percettibilmente all’incontrario verso la nostra meta non prima di aver recuperato una valigia stivata in un eccesso di zelo per pochi spiccioli all’aeroporto di Bergamo. Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra dove tutto sembra andare per il verso sbagliato? Ve lo spiego dopo.

Perché stiamo viaggiando pericolosamente contromano tra rotonde contrarie e sorpassi da capogiro in un’autostrada a quattro corsie che va verso il mare su di un mezzo dove al posto del morto c’è il guidatore e al posto del guidatore non c’è un sedile per il morto. Stivati noi stessi in un anomalo abitacolo da sei posizioni anziché le nove fronte strada di ogni paese normale. Ho l’ansiosa sensazione di un imminente frontale e ogni volta che mi giro verso il conducente, un pacioso indiano ovviamente naturalizzato, mi strizza l’occhio mentre io senza colpo ferire automaticamente mi strizzo i gioielli. La discesa è vibrante e la campagna vista da terra ha perso quella geometrica serie di verdi scuro sostituita da un’ordinata fila di campi da pascolo. Di tanto in tanto mucche e pecore e cavalli e fattorie che mi ricordano per un attimo l’operosa campagna di Montorio tirata a vigna e granoturco. La compagnia si esalta man mano che ci addentriamo in questo paesaggio all’apparenza immobile e grigio. Sembra che tutto case, alberi, cespugli, corsi d’acqua, animali siano in attesa della primavera che di sicuro arriverà. Questi pensieri si intrecciano perfettamente in sintonia con le risate rilassate dei miei compagni di viaggio e quando la campagna lascia il posto a lunghi filari di case tipicamente inglesi l’eccitazione prende il sopravvento su tutto. Vuol dire che siamo arrivati. “We are in England”. Contea di Merseyside. City of Liverpool. La strada pende decisa verso il porto e il suo mare che ancora si nasconde tra queste case che sembrano aver sofferto. Dopo una svolta a sinistra come il Re Leone dalla Rupe protegge il suo branco da una collina si erge imperiosa la cattedrale della città.

whatsapp-image-2017-02-18-at-07-53-37E’ un monumento di una vastità imponente e sembra sorgere più che appoggiarsi all’erba che adesso è rigogliosamente verde. Uno spettacolo di guglie e torri e torrioni sferzati da un vento implacabile. Un insieme di mattoni marroni aggrediti dal muschio e anneriti dal sale ci accompagna praticamente fino al mare rendendo ancora più opaca questa giornata già bigia. Ma quando intravedo il porto sento nascere in me un profondo legame con questa città. Perché io ci ho già vissuto nella mia immaginazione di bambino quando nel sottoscala sognavo di alzare la Coppa dei Campioni insieme a Keegan, Clemence, Hughes, Heighway, Case e McDermott. E sognavo di vestire quel completo tutto rosso e aspettavo il Guerin Sportivo che mi portasse notizie da lassù. Mentre scendo dal taxi rido e immagino. È più forte di me. Immagino lavoro e sangue e fatica tra i docks severi. Immagino negri e irlandesi e polacchi e italiani tra birra, bestemmie e puttane e giorni duri. Immagino la povertà di emigranti sfiniti, immagino il carbone delle miniere a scaldare case operaie e neve e fumo e il freddo gelido penetrare tra le viscere senza pietà. Immagino bambini affamati randagi tra le “street” rese scivolose dal mare e di quattro di loro che ce l’hanno fatta. Ma anche se questo vento sferzerà sempre implacabile questa città capisco che non potrà mai piegare questo orgoglio immenso che sento crescere da questa nuda terra. “We are in England”. Contea di Merseyside. City of Liverpool. Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra dove tutto sembra andare per il verso sbagliato? Ve lo spiego dopo. Perché stiamo viaggiando trionfalmente gasati verso il Santo Graal di questa città là dove batte il cuore, là dove tutto è rivincita, là dove i sogni si realizzano, là dove non si cammina mai soli: “Anfield Road”.

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