“Road to Liverpool”, di Andrea Chiecchi – Seconda parte

25 Febbraio 2017

whatsapp-image-2017-02-18-at-07-53-38Come la cattedrale anche questo stadio rosso sembra sorgere come un sole abbagliante da anonime basse case di mattoni rossi che sembrano sgretolarsi. Un tripudio di luce e colori e suoni ci innalzano in un aurea mistica tra fede e devozione. Lo stemma è l’essenza del loro sconfinato senso di appartenenza e domina la facciata principale e ogni angolo disponibile, clamorosamente narrante la storia di questo club che esiste dal 1892. Come le due fiamme ai lati del logo il “Liverpool Memorial” è qualcosa di particolarmente emozionante nel suo essere malinconico e serve a non dimenticare i loro morti nella strage di Hillsborough. Commemorando commosso ricordo anche i nostri morti quelli dell’Heysel in un connubio di tragici errori. La musica è assordante perché da un mega palco una band suona memorabili cover pop mentre su di un maxi schermo grandi gol della squadra ci danno il “Welcome to Anfield Road”. Si capisce che è un evento che va oltre la partita. Si respira un clima mondiale in una grande saga di colore rosso intenso tra magliette griffate, t- shirt commemorative, sciarpe originali, spillette british, hot dog fumanti e canti nei pub stracolmi di tifo e di fede. Sotto la Kop la loro storica curva è tutto un ribollente viavai di gente e di genti che vengono da lontano. Ognuno vuole immortalare il loro momento tra foto e selfie. Anche noi non perdiamo l’occasione e la foto di gruppo risulta speciale quasi come il panino con la salsiccia e la Carlsberg fresca di spina nella hall della gradinata.

Sembra di stare a teatro mentre un “folk singer” ci accompagna alla partita, che ormai è imminente, con brani acustici da pelle d’oca dei quattro ragazzi che ce l’hanno fatta. A me sembra di stare in paradiso e non mi pare vero che il calcio possa essere così diverso. Anche da me. E poi dall’alto della gradinata si vede il mare e il suo porto difficile e la ruota panoramica e le macchine per strada che vanno indifferenti chissà dove e mi sembra impossibile che non possano essere tutti qui. Mentre un peschereccio attracca alla banchina si alza come un vento non sferzante di freddo ma sferzante di calore come se l’anima di ogni spettatore uscisse allo scoperto e diventasse un’onda travolgente, uno tsunami gigantesco, un inno meraviglioso. Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra dove tutto sembra andare per il verso sbagliato? Ve lo spiego dopo. Perché è pur vero che loro possiedono i quattro ragazzi che ce l’hanno fatta e questo inno meraviglioso e mi sarebbe piaciuto poter vivere quei tempi là. Dove anche senza una batteria bastavano quattro chitarre per dare il ritmo in cantine fumose di sigarette e sudore. whatsapp-image-2017-02-18-at-07-53-33

È pur vero che quando siamo arrivati all’Academy si sono accorti tutti del nostro arrivo ed altrettanto vero che siamo riusciti a selfare, fotografare e autografare con Sir. Steven Gerrard pur nel divieto più assoluto. È sicuramente probabile che qualche inglese purosangue nel vederci all’opera tra raffinate esclamazioni dialettali, barzellette clamorose e qualche blasfema affermazione avrà sospirato “Ah, les italiens”. Ma io stasera mi sento italiano. Fiero di esserlo in questo pub a cantare i loro inni tra vecchie matrone seminude, giovani cantanti da XFactor e il nostro centravanti pensare a un attacco alla “petara”. Perché quando sale al cielo “Volare” e a ruota “O sole mio” tutto si colora di azzurro e il pub lievita di spirito Mediterraneo. I nostri cantanti sono eccezionali e carismatici. Colgono l’attimo di questi inglesi bisognosi di sole. Guardandomi intorno percepisco che ci sentiamo tutti orgogliosamente italiani, fieramente veronesi perfettamente integrati nel breve volgere della canzone con questo mondo che sembra procedere testardamente all’incontrario. E allora capisco con maggiore convinzione quanto sia importante sentirsi parte di un qualcosa di più grande che vada oltre ai nostri egoismi, ai nostri difetti, alle nostre debolezze, alla nostra solitudine.

whatsapp-image-2017-02-18-at-07-53-37-1Come si dice in gergo credo che per un montoriese doc questo è “grasso che cola” dalle viscere di un senso di appartenenza che si percepisce potente anche sotto al castello. “Ah, les italiens”. Ma dove stiamo andando? Chi siamo? E cosa ci facciamo in questa terra dove tutto sembra andare per il verso sbagliato? Adesso non ha più importanza rispondere a queste domande visto che la storia sta volgendo al termine trionfalmente tra regali di San Valentino, qualche maglietta ufficiale, un lungometraggio postato con discrezione e un paio di calamite giusto perché non si perdano sul frigo. Mentre sorvolo le candide Alpi comincio a sentirmi a casa e ho voglia di tornare alle mie abitudini e dalle mie donne che ne sono sicuro faranno di tutto per fingere di essere felici del mio ritorno. “Ma non poteva star via qualche giorno in più!!!”. Vorrei aggiungere che mentre sorvolo le candide Alpi so anche che noi siamo stati accompagnati a Liverpool da Nico e che da quassù mi sembra di vederlo e sentirlo più vicino anche se non posso dire che lo conoscevo bene. L’avevo incontrato con Lorenzo una sera d’estate quando ancora ero una persona rispettabile ma adesso che ci guida in questa sfida mi sembra di averlo sempre conosciuto. E’ proprio vero che l’inno del Liverpool è meraviglioso e profetico perché mentre atterriamo sento la sua voce che ci canta ridendo “You’ll never walk alone”.

Copyright © ® - Montorio Football Club - P.IVA e CF 04265640237
Social media & sharing icons powered by UltimatelySocial