Roberto Buttura e il torneo per Tommaso

23 Febbraio 2016

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Roberto Buttura, nato a san Massimo, cresciuto in Borgo Milano e residente a Montorio da 35 anni (ma lo frequenta dal 1969), è assai noto come personalità politica veronese e veneta: dirigente nazionale prima nel Psi e poi nello Sdi, ha ricoperto la carica di presidente dell’Agec e quindi di vicepresidente dell’allora Ulss 25. Negli anni ’90 la carriera politica l’ha portato in Regione, dove è stato assessore alla Sanità e in quella veste autore del piano di riforma degli ospedali e delle Usl venete. Ora è in pensione ma è sempre attivo nelle iniziative sociali e di beneficenza. Suo figlio Tommaso è scomparso nel 2004 a causa di un incidente. Il Montorio Calcio, per tenere vivo il suo ricordo, ha istituito il Torneo Buttura.

Roberto, Tommaso aveva una grande passione per il calcio e per il Montorio.

Sì, ha giocato per circa 10 anni nelle squadre del Montorio. Io stesso, nonostante in quegli anni fossi impegnatissimo con la politica, trovavo sempre il tempo per seguirlo ed ero diventato anche dirigente accompagnatore. Vivere con i ragazzi era straordinario, assaporavo la loro spontaneità. A volte, invece, era meno piacevole vedere come i genitori vivevano le partite. Ma questa è un’altra storia.

Dopo la vostra tragedia la società del Castello ha voluto dedicare un torneo alla memoria di Tommaso.

Il primo torneo fu proprio l’anno dopo, nel 2005. Poi ha seguito le vicissitudini delle società, per poi riprendere stabilmente. A me fa molto piacere, Tommaso amava il calcio e teneva molto a questi colori e mi sembra il modo migliore di ricordarlo.

Lei si può ormai definire un perfetto montoriese. Da cosa nasce questo senso di appartenenza al paese e quindi alla squadra?

Montorio esercita una forza che ti tiene legato a sé. A differenza di altre realtà, è molto difficile che un montoriese vada via dal paese. Quando ciò accade egli si ripromette, prima o poi, di tornare a vivere qui. È un piccolo mondo, è pulito, è circondato da acqua e verde… è bellissimo.

Segue ancora il calcio?

Pochissimo. Ho un abbonamento al ChievoVerona, ma non sono un tifoso. Stimo la società di Campedelli perché è molto organizzata, perché c’è un clima sereno e la partita finisce allo stadio… diciamo che per loro è sport e non religione.

Cosa porterebbe in politica del calcio dilettantistico e viceversa?

Il calcio che conosco, quello di Montorio, è genuino, ha il merito di attrarre bambini e ragazzi e offrire loro un percorso di benessere e di educazione. La vedo come un’opera pedagogica: gli allenatori non sono solo dei tecnici, ma delle persone che possono fare molto per i ragazzi. Ecco, in politica porterei questo spirito di migliorare il mondo. Viceversa è ardua. La politica oggi è fatta principalmente da attacchi personali. Io dal 1974 al 2002 non ho mai litigato con nessuno. Oggi mancano i contenuti e quindi si offende. Direi che il calcio sta bene così, senza la politica: quando si litiga muoiono le società, si sopravvive solo grazie al volontariato, alla passione civile.

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